COMMETTE REATO IL PROPRIETARIO DELL’ABITAZIONE LOCATA CHE DISDETTA I CONTRATTI DI FORNITURA PER OTTENERE IL RILASCIO DELL’IMMOBILE

Questa la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione Sez.VI Penale  (n.41675 del 25.10.2012).

La proprietaria di un appartamento locato era ricorsa al Giudice per far dichiarare lo sfratto per morosità dell’inquilino dell’immobile; tuttavia il Giudice di primo grado condotti gli accertamenti del caso concedeva all’inquilino termine di sei mesi per il rilascio dell’immobile.

In tale contesto la proprietaria allo scopo di ottenere un più rapido “rilascio” dell’appartamento, per riaffittarlo in vista dell’imminente stagione estiva, aveva disdetto i contratti di fornitura, a lei intestati, del gas metano, dell’energia elettrica e dell’acqua serventi l’appartamento occupato dall’affittuario con la moglie e due bambini, cosi’ determinando la cessazione della loro erogazione, durata circa una settimana fino alla riattivazione delle utenze con autonomi contratti di fornitura stipulati dal locatario stesso. Ebbene, l’affittuario aveva sporto querela e i giudici di merito di primo e di secondo grado hanno ritenuto il comportamento della proprietaria, “integrare il reato di ragion fattasi in relazione alla “violenza sulle cose” esercitata ex articolo 392 c.p., comma 2 dall’imputata, intesa come “mutamento di destinazione dell’energia elettrica, dell’acqua e del gas, beni mobili distolti dal servizio all’appartamento concesso in locazione, con interruzione dell’erogazione delle forniture”. Violenza deliberatamente attuata dall’imputata e correlata alla sua possibilità di “ricorrere al giudice” per far valere il proprio diritto al rilascio dell’immobile, atteso che  aveva la possibilità di proporre appello contro l’indicata sentenza civile che, negata la morosità dell’affittuario per la durata del cessato contratto di locazione, aveva concesso allo stesso un termine di sei mesi per il definitivo “rilascio” dell’appartamento, termine ancora lontano dalla scadenza nel momento in cui la proprietaria ha effettuato la disdetta dei contratti di fornitura energetica e dell’acqua relativi all’abitazione locata.”

IL DEBITO DEL MANTENIMENTO DEL FIGLI SI TRASMETTE AGLI EREDI

Non è raro il caso in cui un genitore del figlio naturale provveda per anni al suo mantenimento e che non riceva alcun contributo dall’altro genitore, ancorché gli venga riconosciuto da un provvedimento giudiziale.

A questo punto, cosa può fare il genitore che si è onerato da solo delle spese per il mantenimento del figlio? Ha azione di regresso nei confronti dell’altro genitore e se costui muore il debito è imputabile  alla massa ereditaria e dunque agli eredi.

Questo è quanto ha stabilito la Corte d’Appello di Roma, Sezione 3, Sentenza 11 settembre 2012, n. 420 : il genitore che abbia sostenuto da solo il mantenimento del figlio naturale agisce verso gli eredi per far valere un debito pecuniario che già gravava sul defunto padre naturale e che questi, per effetto della morte, trasmette agli eredi. Si tratta, in pratica, di un debito ereditario ex art. 752 c.c. già esistente in capo al de cuius al momento della sua morte. Tale debito, inoltre, si trasmette agli eredi. Non è infatti sostenibile secondo la Corte la asserita natura personale del debito gravante sul genitore naturale.

I CANI HANNO IL DIRITTO DI ABBAIARE. Firmato IL GIUDICE.

Per una volta Fido ha avuto la meglio!

Riportiamo con sommo apprezzamento la sentenza emessa dal Tribunale di Lanciano, in provincia di Chieti, che rende lecito il diritto del cane ad abbaiare. Il caso, vedeva contrapposti gli interessi di due vicini confinanti  presso il comune di Lanciano. Il vicino disturbato dal continuo abbaiare dei cani aveva citato in giudizio il loro proprietario  di due esemplari di pastore tedesco e  bracco italiano.

Il magistrato ha stabilito che il cane ha il diritto di abbaiare, quando si tratta di difendere le mura dell’abitazione del proprio padrone, sempre entro i limiti della tollerabilità. Il proprietario dei cani infatti risiede in una zona di aperta campagna, quindi in questo caso, i cani svolgono un vero e proprio lavoro di guardia e sicurezza sul loro territorio.

 

IL COEREDE PUO’ USUCAPIRE LA QUOTA DEGLI ALTRI COEREDI

Segnaliamo una interessante sentenza del Tribunale di Padova (Sezione 1 civile, Sentenza 27 agosto 2012, n. 2213), in cui si parla di usucapione della quota ereditaria. Secondo l’assunto del Tribunale ” Il coerede o il partecipante alla comunione può usucapire l’altrui quota indivisa della cosa comune soltanto allorché il comportamento materiale – continuo ed ininterrotto – attuato sulla res sia accompagnato dall’intenzione resa palese a tutti di esercitare sul bene una signoria di fatto corrispondente al diritto di proprietà, sicché – in materia di usucapione di beni oggetto di comunione – il comportamento del compossessore, che deve manifestarsi in un’attività apertamente ed obiettivamente contrastante con il possesso altrui, deve rivelare in modo certo ed inequivocabile l’intenzione di comportarsi come proprietario esclusivo.” Il coerede che eserciti un possesso separato sul bene facente parte della comunione, utilizzandolo ed amministrandolo, può invocare l’usucapione solo se non fornisce la prova di aver tenuto un comportamento atto a dimostrare l’intervenuto mutamento dell’ animus possidendi, inconciliabile con la possibilità di godimento da parte degli altri.” In altre parole il coerede per invocare l’usucapione è tenuto a dimostrare di aver esercitato il possesso del bene come fosse l’unico e legittimo proprietario, e non come semplice COMPROPRIETARIO.

 

CONSIGLIOLEGALE.it ARRIVA FINO IN AUSTRALIA…

Con molto piacere e con un pizzico di soddisfazione apprendiamo che il nostro sito è seguito anche dall’Australia.

Quindi, approfittiamo di questo spazio per lasciare un saluto ai nostri lettori australiani e per ringraziarli di far parte del nostro pubblico.

IL MARITO CHE IMPEDISCE ALLA MOGLIE DI RIENTRARE IN CASA COLPEVOLE DI VIOLENZA PRVATA

Così hanno sentenziato i giudici della Corte di Cassazione, Sezione 5 penale nella Sentenza 15 ottobre 2012, n. 40383; secondo gli ermellini l’ex coniuge ha il diritto di recarsi o abitare nella casa coniugale se non c’è un preciso atto che lo vieti e pertanto non può essere cacciato se vi fa rientro dopo essersi volontariamente allontanato. Il caso riguardava la vicenda di una moglie che ottenuta dal Giudice, a seguito della separazione, l’assegnazione della casa coniugale, aveva poi deciso di trasferirsi per un breve periodo nella casa dei propri genitori. Il marito di tutta risposta aveva occupato la casa e aveva rifiutato alla moglie di riprenderne possesso in un secondo momento. Curiosa la reazione del marito citata nella sentenza, al rientro della moglie si era infatti infilato nel letto vestito di tutto punto rifiutandosi di uscire, per affermare il suo predominio sull’immobile.

 

SE VOI FOSTE IL GIUDICE…

IL CASO.
Il cliente di un famoso istituto bancario a causa di una rovinosa gestione di bund da parte della banca, chiese al Tribunale la condanna dell’istituto al risarcimento dei danni per aver sottoscritto i contratti di investimento rivelatisi rovinosi in presenza di una sintomatologia psichiatrica di tipo depressivo, con ansia e attacchi di panico.
Il cliente sosteneva infatti che la banca in qualità di professionista del mercato finanziario, stante il suo stato psichico “debole” e poco lucido, avrebbe dovuto frenare la sua spinta ad investimenti rischiosi in bund e altri strumenti finanziari.
La banca si difese affermando che il soggetto era perfettamente capace di intendere e di volere che non sarebbero addebitabili all’istituto responsabilità per una condotta rischiosa dell’investitore, il quale è libero di decidere come e quanto investire dei propri risparmi.

se voi foste il giudice come risolvereste il caso?

 

 

IL COEREDE CHE GODE IN MODO ESCLUSIVO DEL BENE EREDITARIO E’ OBBLIGATO ALLA RESTITUZIONE DEI FRUTTI CIVILI IN FAVORE DEGLI ALTRI

E’ frequente che successivamente alla morte di un congiunto, un erede si impossessi in maniera esclusiva di uno o più beni ereditari (un immobile, un terreno, ecc…) e che tale condizione perduri durante tutta la comunione ereditaria e fino alla divisione dell’asse ereditario protraendosi anche per anni, specialmente qualora sorgano contestazioni tra i vari coeredi circa i diritti sulla massa che magari sfociano in contese di tipo giudiziario.

In tali situazioni, la giurisprudenza è spesso intervenuta chiarendo che il coerede che ha avuto il possesso esclusivo di uno o più beni ereditari è tenuto al rendiconto della gestione nei confronti degli altri eredi e che accanto al suo diritto di recuperare le spese sostenute per il miglioramento del bene, tale da averne determinato un aumento di valore, è tenuto qualora gli altri coeredi ne facciano richiesta espressamente in sede di divisione giudiziale, alla restituzione dei frutti civili.

La Cassazione infatti, confermando precedenti pronunce in materia, ha stabilito nella sentenza n.27.08.2012 n. 14652, che : “in tema di divisione immobiliare il condividente di un immobile che durante il periodo di comunione abbia goduto del bene in via esclusiva senza un titolo giustificativo, deve corrispondere agli altri i frutti civili, quale ristoro della privazione della utilizzazione ”pro quota” del bene comune e dei relativi profitti, con riferimento ai prezzi di mercato correnti dal tempo della stima per la divisione a quello della pronuncia …” .

 

Riflessioni a voce alta…

Per una volta rompiamo il rigore scientifico degli articoli che pubblichiamo nel nostro sito, per proporvi una riflessione più informale sul tema dei minori contesi tra i genitori separati.

Sono certa che le immagini di quel video mandato in onda ieri sera dai diversi TG nazionali, in cui un bambino di 10 anni veniva prelevato a forza da scuola a causa di una contesa sull’affido, ha destato indignazione e ha toccato la sensibilità di ognuno di noi. Non entro nel merito della vicenda perché non conoscendo gli atti processuali non ho possibilità di farmi una idea precisa.

Quello che è certo è che qualunque sia la contesa tra i genitori e qualunque siano le ragioni sottese ad un allontanamento da uno dei genitori, le modalità con cui quel bambino è stato prelevato da scuola  per essere trasferito in una comunità protetta sono assolutamente indegne di uno stato di diritto, di una nazione civile. Contesto, per quanto possa valere, le modalità barbare con cui “agenti di polizia” che nell’esplicazione del loro servizio rappresentano lo STATO,  hanno trattato un bambino spaventato e assolutamente indifeso. Qualunque sia la contesa, quelle modalità delegittimano eticamente ogni provvedimento del giudice, perché se è vero che ogni provvedimento riguardante l’affido deve essere preso nel PREMINENTE INTERESSE DEL MINORE, mi chiedo dove fosse la tutela del minore in quel momento… Quale Stato è questo in cui i bambini sono caricati come animali, di peso dentro una volante della polizia? Dove erano in quel momento le tutele concrete e le garanzie per  il benessere psicologico e fisico di quel bambino?…. mi sembra difficile trovarle.

Lo dico amaramente da donna di legge che si occupa quotidianamente delle vicende riguardanti i minori, che ha sempre creduto e crede nelle istituzioni. Mi auguro solo che questa vicenda aiuti tutti noi operatori del diritto, genitori e istituzioni a una rinnovata attenzione nei confronti dei bambini nella gestione dei conflitti familiari e ad impegnarci per quanto possibile alla mediazione delle conflittualità genitoriali più gravi.

I figli, di K. Gibran

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno…”