MANCATO RIPOSO SETTIMANALE: DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO PER USURA

Il Consiglio di Stato nella sentenza n. 7  del 19.04.2013 ha riconosciuto che “il dipendente pubblico ha diritto al risarcimento per danno da usura psicofisica provocato dal frequente mancato godimento del riposo settimanale, reiterato nell’arco di un notevole periodo complessivo di tempo, senza che egli abbia fruito di riposo compensativo ed ancorché abbia percepito le previste maggiorazioni retributive per lo svolgimento di attività lavorativa in giorno festivo”.

Nel caso di specie alcuni dipendenti di un’azienda di trasporto pubblico di passeggeri avevano proposto ricorso contro la stessa chiedendo il risarcimento del danno per aver prestato servizio in più occasioni e ai fini dell’assunzione anche nel giorno destinato al riposo settimanale, senza fruire dei riposi compensativi. Ebbene, il Consiglio in adunanza plenaria ha confermato quanto statuito dal  TAR che accoglieva il ricorso perché la prestazione di servizio in giorno festivo, pur a fronte di una maggiorazione della retribuzione ma non compensata con riposo in altro giorno, dà luogo a risarcimento del danno derivante dall’usura psicofisica, assistito da presunzione assoluta.

 

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: NECESSARIO AVVISARE DELLA FACOLTA’ DI NOMINA DEL DIFENSORE

Il Tribunale di Milano, con la sentenza 15 maggio 2013, rafforza le difese a favore dei conducenti stabilendo che l’accertamento mediante etilometro va preceduto dall’avviso della facoltà di nominare un difensore, che lo assista durante le procedure di accertamento.

 Il caso vedeva un conducente fermato da una pattuglia della polizia stradale e sottoposto ad esame alcolimetrico che dava esito positivo (art. 186 codice della strada). Tuttavia, il conducente veniva avvisato della facoltà di nominare un difensore di fiducia che potesse assistere alle operazioni solo successivamente all’espletamento dell’alcol test. Ebbene, ritenendo illegittima la procedura, il Tribunale osserva che  l’accertamento mediante etilometro è da considerare come accertamento tecnico irripetibile, stante l’alterabilità, la modificabilità e la tendenza alla dispersione degli elementi che sono oggetto di analisi.

Ne consegue che la presenza del difensore è obbligatoria, prima del suo espletamento.

 

CONSUMO DI DROGA IN GRUPPO: ILLECITO AMMINISTRATIVO E NON REATO

Le Sezioni Unite con la sentenza 25401/2013, confermando la lettura data con la sentenza n. 4 del 1997, hanno risolto un contrasto giurisprudenziale scegliendo l’orientamento per cui “il c.d. consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, sia nel caso di acquisto in comune sia in quello del mandato all’acquisto collettivo ad uno degli assuntori e nell’originaria conoscenza dell’identità degli altri, continua a costituire, anche dopo le modifiche apportate dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49, una ipotesi di uso esclusivamente personale dei partecipanti al gruppo”. Pertanto, tale comportamento “integra l’illecito amministrativo di cui all’articolo 75 e non già il reato di cui all’articolo 73, comma 1-bis“. Afferma inoltre la Corte non può infatti ritenersi – prosegue la sentenza – che tali modifiche, ed in particolare, per quanto qui interessa, l’equivoca e non risolutiva aggiunta dell’avverbio ‘esclusivamente’, possano essere intese nel senso che abbiano addirittura introdotto una nuova fattispecie incriminatrice punendo un fatto in precedenza pacificamente integrante, secondo il diritto vivente, un illecito amministrativo”.

Dunque, le condotte non penalmente rilevanti ricorrono quando : l’acquirente sia uno degli assuntori,  l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti il gruppo al cui uso personale la sostanza è destinata, sia certa sin dall’inizio l’identità di questi altri soggetti i quali abbiano in un qualunque modo manifestato la volontà sia di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipanti sia di concorrere ai mezzi finanziari occorrenti all’acquisto.

 

PROCESSO ETERNIT :dirigenti condannati e risarcimenti milionari

“Una sentenza storica per il piu’ grande disastro ambientale italiano, quello provocato dall’Eternit, la multinazionale svizzera dell’amianto, fallita nel 1986. Diciotto anni di reclusione per il suo titolare Stephan Schmidheiny.

Il processo d’appello per la strage Eternit che ha causato con i suoi quattro stabilimenti italiani circa tremila vittime, tra morti e malati di asbestosi nei comuni di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, si chiude con una condanna piu’ pesante di quella inflitta in primo grado al magnate svizzero. Molte pero’ le differenze rispetto al processo di primo grado. A cominciare dalle parti civili che per diverse ragioni non saranno risarcite.” (Fonte ASCA)

Riportiamo in allegato il testo integrale della sentenza per chi abbia voglia di approfondire. SENTENZA

CONTO CORRENTE: GLI ESTRATTI CONTO NON SONO SUFFICIENTI A PROVARE IL DEBITO DEL CLIENTE VERSO LA BANCA

Segnaliamo una interessante ordinanza emessa dal Tribunale di Novara  il 26.02.2013 con cui è stata disposta la revoca della provvisoria esecutività di un d.i. avente per oggetto il credito vantato dalla Banca nei confronti del proprio correntista per il sando passivo del conto.

Invero, molto spesso i clienti bancari si trovano dinanzi a situazioni in cui la banca armata di estratti conto CON SALDO NEGATIVO, ottiene un titolo esecutivo, appunto il d.i., con cui provvedere a seguito della notifica del precetto, all’azione esecutiva contro il cliente in tempi brevissimi .

La Cassazione con un orientamento  consolidatosi recentemente, (cfr. ex multis Cass. Civ. sentenze nn. 23974/2010 e 1842/2011, peraltro condiviso anche all’ABF (Arbitro Bancario e Finanziario) ha ritenuto però che la Banca, che ha ottenuto l’ingiunzione per il pagamento del saldo debitore derivato dagli estratti conto, in fase di opposizione è gravata dall’onere di produrre in giudizio prove dei fatti costitutivi fondanti la pretesa creditoria e cioè: il contratto posto alla base della domanda, nonché tutti gli estratti conto relativi al rapporto, dall’apertura all’estinzione.

 Pertanto, secondo il ragionamento della Corte, in caso di opposizione al d.i., la banca non può limitarsi a ritenere provato il debito del correntista documentandolo esclusivamente a mezzo degli estratti conto; infatti, quand’anche gli estratti conto non siano stati contestati dal cliente entro 60 gg come prevede la legge, comunque la banca è tenuta nel giudizio di opposizione ad una prova certa e piena del credito azionato.

 

PUBBLICO IMPIEGO: POSSEDERE LA LAUREA NON DA’ AUTOMATICAMENTE DIRITTO ALLE MANSIONI SUPERIORI

“Il possesso del titolo di laurea non conferisce il diritto al riconoscimento di qualifiche né di assegnazione a mansioni diverse da quelle conseguite nell’ambito del legittimo espletamento delle procedure di assunzione e di eventuale successiva assegnazione a qualifiche e mansioni superiori e la qualifica accademica non può estendere il diritto all’inquadramento lavorativo al di là di quello contrattualmente previsto”.

È quanto ha stabilito la Cassazione nella sentenza 17 aprile 2013, n. 9240, circa il caso di una dipendente che conveniva in giudizio la Regione Campania dinanzi il Tribunale di Napoli, al fine di ottenere la  condanna al risarcimento dei danni (materiali e morali, diretti e indiretti) che asseriva di aver subito a seguito del mancato riconoscimento del suo giusto inquadramento lavorativo.

EREDITA’: AL CONIUGE SUPERSTITE SPETTA IL DIRITTO DI ABITAZIONE DELLA CASA FAMILIARE E DI USO DEI MOBILI CHE LA CORREDANO

Come noto, ai sensi dell’art. 540 c.c., al coniuge superstite spettano il diritto di abitazione presso la casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano. Tuttavia sussiste contrasto tra i giudici di legittimità circa l’estensibilità di tale diritto, applicato in caso di successione necessaria,  (ovvero quella che stabilisce delle quote del patrimonio che necessariamente devono essere divise tra i successori)  anche in caso di successione legittima,  cioè quella applicabile in assenza di testamento.

Ebbene, la Cassazione civile con la pronuncia a Sezioni Unite del 27.02.2013 n° 4847 ha chiarito definitivamente il contrasto affermando che i diritti di uso e abitazione della residenza familiare spettano anche in caso di successione legittima, ovvero in mancanza di testamento. La corte nella stessa pronuncia ha poi sciolto un ulteriore contrasto giurisprudenziale, chiarendo che il valore del diritto di abitazione deve necessariamente essere detratto e stralciato dall’asse ereditario che andrà poi diviso tra  gli eredi, con la conseguenza che il coniuge superstite potrà godere di tale diritto in aggiunta alla quota ereditaria a lui comunque spettante.

LA CASSAZIONE CI RIPENSA: NESSUNA RILEVANZA DELLA SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE PER L’AFFIDAMENTO

Cambio di indirizzo da parte della Cassazione:  nel giro di appena 12 giorni la Suprema corte si pronuncia sulla controversa sindrome da alienazione genitoriale (Pas), ovvero il disturbo di cui soffre un figlio condizionato da un genitore a rifiutare senza motivo i contatti con l’altro. La prima decisione (5847/2013) non mette in discussione la diagnosi di Pas formulata dall’Asl e sulla base di questa conferma la decisione del giudice di merito. Diversa è invece la conclusione a cui approda con la  sentenza 7041, che accoglie il ricorso di una madre accusata di Pas. La vicenda è quella venuta in cronaca a Cittadella al momento in cui un ragazzino, affidato dalla Corte d’Appello di Venezia al padre, ma fino ad allora convivente con la madre, viene prelevato dalla scuola dalle forze dell’ordine per essere portato in una struttura educativa, con modalità che aveva sollevato l’indignazione della pubblica opinione (inclusa la nostra). Ebbene,  la lunga analisi della Cassazione rammenta anzitutto che è in dubbio che si tratti di una sindrome, non essendo stata accolta come tale nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm) e sulla base di tali argomentazioni accoglie il ricorso presentato dalla madre, ribaltando le precedenti decisioni.

Tale pronuncia, non ha mancato di suscitare ulteriori polemiche tra giuristi e studiosi, oltre che da parte del giudice di merito che replicando alle censure mosse dalla Corte al proprio provvedimento afferma : “non può ritenersi che […] possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario supporto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancora più gravi di quelli che le teorie da esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare” . 

AFFIDAMENTO : IL MINORE HA DIRITTO AD ESSERE ASCOLTATO DAL GIUDICE

Il Tribunale di Varese ha emesso di recente il decreto del 24 gennaio 2013 con il quale, in un procedimento la separazione giudiziale, ha precisato che l’ascolto del minore nei procedimenti che grazie alla legge n. 219/2012, che riformato alcune norme sullo status filiationis, il minore ha un vero e proprio diritto soggettivo ad essere ascoltato, proprio perché il futuro provvedimento di affidamento lo riguarda direttamente. Il Tribunale si è pronunciato sul caso relativo all’affidamento di un minore di 14 anni conteso tra i genitori, poiché la madre riteneva che il padre lo avesse condizionato a tal punto da farlo allontanare da lei, richiamandosi all’art. 155 sexies c.c. al primo comma in cui è previsto  che il giudice “disponga” l’audizione del figlio minore che abbia compiuto dodici anni e anche di età inferiore se capace di discernimento. Sulla base del tenore letterale della disposizione la giurisprudenza di merito e di legittimità da tempo ritiene che vi sia un dovere per il giudice di sentire il minore a meno che ciò non comporti un pregiudizio per il minore stesso ; il Giudice quindi dovrà, ad esempio, valutare se ci sia un interesse superiore del figlio minore a non essere esposto al presumibile danno derivante dal coinvolgimento emotivo nella controversia che opponga i genitori (Cass. Civ. n. 13241/2011). Tuttavia, osserva, nel detto decreto il Tribunale “la recentissima riforma sullo stato di figlio rende ancora più cogente l’obbligo dell’ascolto, poiché con l’art. 315 bis. c.c.,  si è riconosciuto un diritto soggettivo del figlio minore ad essere preventivamente sentito, il quale non dovrà più essere considerato solo quale individuo oggetto di protezione, ma come individuo portatore di un autonomo diritto soggettivo.

 

NUOVO REDDITOMETRO: PER I GIUDICI E’ ILLEGITTIMO

Il Tribunale di Napoli (nella specie la sezione distaccata di Pozzuoli) boccia il nuovo redditometro.

Tale strumento, infatti, da poco rinnovato dal Decreto Ministeriale del 24 dicembre 2012 (pubblicato in G.U. n. 3 del 4 gennaio 2013), che ha determinato il contenuto degli elementi indicativi della capacità contributiva in base al quale il fisco potrà fondare la ricostruzione sintetica del reddito complessivo delle persone fisiche, è stato ritenuto illegittimo dai giudici di merito. L’ordinanza del Tribunale Napoli, sez. distaccata Pozzuoli del 20.02.2013 n° 250, è stata emessa  nel corso di un procedimento intrapreso da un pensionato deciso ad impedire al fisco di conoscere gli aspetti più privati della sua vita, includendo anche le spese per cure mediche. Ebbene, il Tribunale ha deciso ordinando all’Agenzia delle Entrate di non intraprendere alcuna ricognizione, archiviazione o comunque attività di conoscenza e utilizzo dei dati relativi a quanto previsto dall’art. 38, 4° e 5° comma, del DPR 600/1973, e di cessare, ove iniziata, ogni attività di accesso, analisi, raccolta dati di ogni genere relativi alla posizione del ricorrente.

Ciò sulla base dell’assunto che “il decreto ministeriale è non solo illegittimo, ma radicalmente nullo ai sensi dell’art. 21 septies legge n. 241/1990 per carenza di potere e difetto assoluto di attribuzione in quanto emanato del tutto al di fuori del perimetro disegnato dalla normativa primaria e dei suoi presupposti e al di fuori della legalità costituzionale e comunitaria, atteso che il c.d. redditometro utilizza categorie concettuali ed elaborazioni non previste dalla norma attributiva, che richiede la identificazione di categorie di contribuenti, laddove – … – il d.m. non individua tali categorie ma altro, sottoponendo indirettamente – visto l’ampiezza dei controlli e il riferimento ai nuclei familiari – a controllo anche le spese riferibili a soggetti diversi dal contribuente e per il solo fatto di essere appartenenti al medesimo nucleo familiare (si pensi all’acquisto di un medicinale per il congiunto malato oppure del libro di lettura)”.