MANCATO RIPOSO SETTIMANALE: DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO PER USURA

Il Consiglio di Stato nella sentenza n. 7  del 19.04.2013 ha riconosciuto che “il dipendente pubblico ha diritto al risarcimento per danno da usura psicofisica provocato dal frequente mancato godimento del riposo settimanale, reiterato nell’arco di un notevole periodo complessivo di tempo, senza che egli abbia fruito di riposo compensativo ed ancorché abbia percepito le previste maggiorazioni retributive per lo svolgimento di attività lavorativa in giorno festivo”.

Nel caso di specie alcuni dipendenti di un’azienda di trasporto pubblico di passeggeri avevano proposto ricorso contro la stessa chiedendo il risarcimento del danno per aver prestato servizio in più occasioni e ai fini dell’assunzione anche nel giorno destinato al riposo settimanale, senza fruire dei riposi compensativi. Ebbene, il Consiglio in adunanza plenaria ha confermato quanto statuito dal  TAR che accoglieva il ricorso perché la prestazione di servizio in giorno festivo, pur a fronte di una maggiorazione della retribuzione ma non compensata con riposo in altro giorno, dà luogo a risarcimento del danno derivante dall’usura psicofisica, assistito da presunzione assoluta.

 

PUBBLICO IMPIEGO: POSSEDERE LA LAUREA NON DA’ AUTOMATICAMENTE DIRITTO ALLE MANSIONI SUPERIORI

“Il possesso del titolo di laurea non conferisce il diritto al riconoscimento di qualifiche né di assegnazione a mansioni diverse da quelle conseguite nell’ambito del legittimo espletamento delle procedure di assunzione e di eventuale successiva assegnazione a qualifiche e mansioni superiori e la qualifica accademica non può estendere il diritto all’inquadramento lavorativo al di là di quello contrattualmente previsto”.

È quanto ha stabilito la Cassazione nella sentenza 17 aprile 2013, n. 9240, circa il caso di una dipendente che conveniva in giudizio la Regione Campania dinanzi il Tribunale di Napoli, al fine di ottenere la  condanna al risarcimento dei danni (materiali e morali, diretti e indiretti) che asseriva di aver subito a seguito del mancato riconoscimento del suo giusto inquadramento lavorativo.

IL LAVORATORE PUO’ RECUPERARE ANCHE DAL COMMITTENTE LA RETRIBUZIONE E I CONTRIBUTI NON VERSATI DAL PROPRIO DATORE

Può accadere che i lavoratori dipendenti delle aziende appaltatrici non percepiscano dal proprio datore di lavoro la retribuzione o addirittura che questo non versi i contributi previdenziali e assicurativi dovuti in ragione del rapporto lavorativo; in tali casi la legge ha previsto un importante strumento di tutela, di cui spesso i lavoratori sono ignari: il beneficio della responsabilità solidale del committente oltre che del datore di lavoro appaltatore per il pagamento dei   per il versamento dei crediti retributivi e previdenziali, compreso il TFR (segnatamente le quote maturate e non accantonate durante il periodo di durata dell’appalto).

Questo è quanto stabilito in origine dall’art. 1676 c.c. e successivamente anche dall’art. 29, 2° comma, D. Lgs. n. 276/2003, recentemente modificato dal del decreto legge n. 5/2012 (c.d. d.l. sulle semplificazioni).

Pensando di fare cosa utile riportiamo il testo riformato del citato art. 29 : “In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento. Ove convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all’appaltatore, il committente imprenditore o datore di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio dell’appaltatore medesimo. In tal caso il giudice accerta la responsabilità solidale di entrambi gli obbligati, ma l’azione esecutiva può essere intentata nei confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio dell’appaltatore. L’eccezione può essere sollevata anche se l’appaltatore non è stato convenuto in giudizio, ma in tal caso il committente imprenditore o datore di lavoro deve indicare i beni del patrimonio dell’appaltatore sui quali il lavoratore può agevolmente soddisfarsi. Il committente imprenditore o datore di lavoro che ha eseguito il pagamento può esercitare l’azione di regresso  nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”.

A titolo puramente esemplificativo nel caso in cui vi sia un’azienda che appalta servizi di pulizia ad un’altra, i lavoratori dipendenti della ditta di pulizie potranno recuperare i crediti retributivi e previdenziali, anche dall’azienda appaltatrice, oltre che dal proprio datore di lavoro, naturalmente alle condizioni e nei limiti previsti dalla norma su indicata.

 

CONCORSO DOCENTI SCUOLA

Scarica il bando: [wpdm_file id=3]

Finalmente il Ministero ha pubblicato il bando del tanto atteso e sospirato concorso per il reclutamento di docenti.

Sono previste tre prove: una prima preselettiva formata da 50 domande in 50 minuti:  il test sarà composto da 18 domande di logica, 18 domande sulle capacità di comprensione del testo, 7 domande di informatica e 7 domande sulla conoscenza della lingua straniera (a scelta del candidato: inglese, francese, tedesco e spagnolo).

Al superamento della preselezione si potrà accedere alla prova scritta e successivamente alla prova orale.

Pensando di fare cosa utile, pubblichiamo il bando ufficiale con tutte le indicazioni su requisiti di accesso, numero di posti a concorso e programma delle prove.

….E buona fortuna a coloro che decideranno di sfruttare questa opportunità.

 

CONTRATTI A PROGETTO: COSA CAMBIA CON LA RIFORMA

Pensando di fare cosa utile per qualcuno di Voi lettori pubblichiamo un articolo che illustra sinteticamente le novità che la riforma del lavoro firmata dal Ministro Fornero ha previsto per i cosiddetti contratti a progetto o co.co.pro. Si tratta di una forma contrattuale molto diffusa nella fase di “accesso” al mondo del lavoro soprattutto per i giovani. Questa forma contrattuale molto spesso demonizzata, in realtà ha la sua ragion d’essere e le sue utilità, purtroppo sono frequenti i casi in cui il datore di lavoro abusa di tale strumento, utilizzando questa forma contrattuale per mascherare veri e propri rapporti di lavoro subordinato, potendo godere di  diversi vantaggi fiscali e contributivi, con il risultato di snaturarne completamente i presupposti a svantaggio del lavoratore.

Proviamo quindi ad offrirvi un quadro sintetico delle novità legislative:

Contratto a progetto

La particolarità del nuovo contratto a progetto infatti è che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente personali e senza vincolo di subordinazione, devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici, determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore. Progetto specifico perché funzionalmente collegato a un certo risultato finale.

Il progetto deve essere specifico

Nel contratto di lavoro deve essere descritto il progetto, individuando il suo contenuto caratterizzante e il risultato finale che si intende perseguire. Il contratto a progetto inoltre non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che potranno anche essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Contratto a progetto: quando è rapporto subordinato?

Si considera rapporto di lavoro subordinato sin dalla data della sua costituzione, il contratto a progetto quando l’attività del collaboratore è svolta con modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell’impresa committente, fatte salve le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi. Si tratta di una presunzione relativa, visto che il committente potrà fornire prova contraria.

 

Partita Iva come collaborazione continuativa

Da ultimo, si considerano rapporti di collaborazione coordinata e continuativa le prestazioni rese da persone titolari di partita Iva in casi precisi ossia quando:

  • la collaborazione abbia una durata complessivamente superiore a otto mesi nell’arco dell’anno solare;
  • il corrispettivo derivante da tale collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d’imputazione di interessi, costituisca più del 80 per cento dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare;
  •  il collaboratore disponga di una postazione fissa di lavoro presso una delle sedi del committente.”

 

(fonte :http://www.investireoggi.it)