AL CELLULARE DURANTE L’ORARIO DI LAVORO: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO

La Cassazione ha definito legittimo il licenziamento del lavoratore che, durante le ore di lavoro, effettuava telefonate personali. Con la sentenza n. 5371 del 4 aprile 2012, la Corte ha trattato il caso di un sorvegliante addetto all’ingresso di un ospedale che, nelle ore di servizio, invece di sorvegliare l’entrata e l’uscita delle persone, stava al telefono effettuando telefonate personali. Sia per la Corte d’Appello che per la Cassazione il comportamento dell’uomo è incompatibile con l’attività di vigilanza di un ospedale pubblico e pertanto confermano  il licenziamento del portiere che a causa del suo comportamento ha legittimato la risoluzione del rapporto di lavoro per giusta causa (art. 2119 c.c.), per esser venuto meno al dovere di diligenza e, soprattutto, di fedeltà nei confronti dell’Azienda (artt. 2104 e 2105 c. c. ).

I giudici precisano infatti come “nella specie è stato conferito giusto risalto al tipo di attività svolta dall’addetto alla sorveglianza all’ingresso del presidio ospedaliero, che richiede particolare attenzione per evitare il rischio di intrusioni di soggetti non autorizzati, eventualmente pericolosi, in un ambiente quale quello ospedaliero, evidenziandosi anche il pregiudizio rispetto alla perdita di future commesse da parte della società che aveva in appalto il servizio”.

 

Cassazione: si può mandare a quel paese il capo-ufficio senza rischiare il licenziamento, purchè sia detto per scherzo!

Così ha stabilito la Cassazione nella pronuncia nr. 10426 dello scorso 22 giugno. Dopo aver ricordato che, nel caso di specie, la contrattazione collettiva, “prevede come sanzione il recesso solo se il diverbio litigioso è seguito dal ricorso a vie di fatto, nel recinto dello stabilimento e che rechi grave pregiudizio alla vita aziendale”, ha precisato che il “Vaffa” detto al capo ufficio, seppur costituisce condotta “spiacevole ed inopportuna”, non integra “una tale gravità da poter compromettere il rapporto fiduciario tra le parti”.

Nel caso di specie la Suprema Corte lo ha interpretato come una “mera intemperanza verbale”, non seguita da altri comportamenti “scorretti” e “inidonea a dimostrare una volontà di insubordinazione o di aperta insofferenza nei confronti del potere disciplinare e organizzativo del datore di lavoro.”

Una condotta che dunque, “poteva essere sanzionata con una misura non a carattere espulsivo” dato che la frase tra l’altro, “era stata pronunciata in un contesto non di contrapposizione, ed era stata preceduta da affermazioni di ordine scherzoso”.