CONSUMO DI DROGA IN GRUPPO: ILLECITO AMMINISTRATIVO E NON REATO

Le Sezioni Unite con la sentenza 25401/2013, confermando la lettura data con la sentenza n. 4 del 1997, hanno risolto un contrasto giurisprudenziale scegliendo l’orientamento per cui “il c.d. consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, sia nel caso di acquisto in comune sia in quello del mandato all’acquisto collettivo ad uno degli assuntori e nell’originaria conoscenza dell’identità degli altri, continua a costituire, anche dopo le modifiche apportate dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49, una ipotesi di uso esclusivamente personale dei partecipanti al gruppo”. Pertanto, tale comportamento “integra l’illecito amministrativo di cui all’articolo 75 e non già il reato di cui all’articolo 73, comma 1-bis“. Afferma inoltre la Corte non può infatti ritenersi – prosegue la sentenza – che tali modifiche, ed in particolare, per quanto qui interessa, l’equivoca e non risolutiva aggiunta dell’avverbio ‘esclusivamente’, possano essere intese nel senso che abbiano addirittura introdotto una nuova fattispecie incriminatrice punendo un fatto in precedenza pacificamente integrante, secondo il diritto vivente, un illecito amministrativo”.

Dunque, le condotte non penalmente rilevanti ricorrono quando : l’acquirente sia uno degli assuntori,  l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti il gruppo al cui uso personale la sostanza è destinata, sia certa sin dall’inizio l’identità di questi altri soggetti i quali abbiano in un qualunque modo manifestato la volontà sia di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipanti sia di concorrere ai mezzi finanziari occorrenti all’acquisto.

 

SE LA CALDAIA NON E’ A NORMA NE RISPONDE IL TECNICO MANUTENTORE CHE NON NE IMPEDISCE L’UTILIZZO

Così si è espressa la Corte di Cassazione nella sentenza 13.12.2012 n° 48229, sul caso di  un manutentore che veniva chiamato, con contratto d’opera, per controllare l’installazione e il malfunzionamento di una caldaia a gas in una abitazione. Purtroppo, per aver omesso di eseguire un completo ed efficace controllo la caldaia  che presentava un pezzo non originale,  ha causato  un’intossicazione collettiva degli inquilini, della quale viene ritenuto responsabile. Sebbene, ad un controllo successivo era stato accertato che risultava ostruita la canna fumaria da carogne di volatili, la Cassazione, comunque, lo ha ritenuto colpevole per il solo fatto di aver lasciato libero il cliente di utilizzare una caldaia potenzialmente dannosa  in quanto dotata appunto di un componente non originale; tale condotta costituisce per i giudici di legittimità una grave imprudenza, fonte di responsabilità, poiché era un preciso dovere del tecnico (imputato) avvertire il cliente sul pericolo relativo all’utilizzazione di una caldaia con un componente di dubbia funzionalità. 

MOBBING ALLA NEO MAMMA: è reato!

Interessante sentenza della Corte Suprema (n. 36332 del 21 settembre 2012) , quella che inquadra nel reato di “violenza privata”, il comportamento del datore di lavoro che tenti di mobbizzare la dipendente appena rientrata al lavoro dopo il periodo di astensione obbligatoria per maternità.

Il titolare dell’azienda infatti obbligava la neomamma, al fine di costringerla a presentare le dimissioni, a lavorare in un luogo fatiscente ed abbandonato, ossia una stanza angusta dotata di un mobilio a dir poco fatiscente .
La donna era rea di non aver presentato le dimissioni, e di essere tornata al lavoro dopo la maternità, mentre il piano aziendale avrebbe previsto la cessazione 嘉盛 dell’azienda per proseguire nella stessa attività sotto una nuova veste societaria ma con lo stesso complesso aziendale e con gli stessi dipendenti licenziati ed assunti nuovamente.
Il datore quindi in modo ritorsivo aveva fatto lavorare la donna in condizioni invivibili, in un luogo di degrado, compiendo un tentativo di violenza privata.
Infatti nel comportamento sono senz’altro ravvisabili gli «atti idonei e univocamente rivolti a farle accettare le condizioni della società», che nella fattispecie erano o le dimissioni o il prolungamento del periodo di maternità con retribuzione solo del trenta per cento dello stipendio.

Il comportamento della donna però, la quale ‘ostinatamente’ era tornata al lavoro, aveva rovinato i piani del datore, che le aveva perciò riservato tale “trattamento”.

Con la sentenza n. 36332 del 21 settembre 2012 i giudici di legittimità hanno considerato inquadrabile, tale contegno nel tentativo di violenza privata.

RUMORI MOLESTI IN CONDOMINIO: non è reato se disturbano solo i vicini!

Lo ha stabilito la Cassazione che ha annullato una condanna del Tribunale di Belluno a tre persone, una famiglia della stessa città, denunciate dall’amministratore di condominio e da cinque condomini per aver provocato rumori eccessivi «sbattendo con violenza le porte dell’appartamento e d’ingresso condominiale, urlando immotivatamente sulle scale del condominio, nonché sbattendo tavoli e sedie sul pavimento dell’appartamento da essi occupato». Solo se i rumori molesti arrivano a disturbare la quiete pubblica di «un numero indeterminato di persone» al di fuori del palazzo, allora si può ricorrere al giudice penale per imporre un po’ di tranquillità. Fare rumore in condominio, insomma, non è reato; spiega infatti la Corte  nella sentenza n.25225 che: «La contravvenzione prevista dall’art.659 primo comma cp, contestata agli odierni ricorrenti, persegue la finalità di preservare la quiete e la tranquillità pubblica e i correlati diritti alle persone all’occupazione ed al riposo; e la giurisprudenza di legittimità è orientata nel senso di ritenere che elemento essenziale di detta contravvenzione sia l’idoneità del fatto ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone». Nel caso trattato, invece, «non risulta la sussistenza di tale essenziale elemento – scrivono i giudici – essendo emerso dagli atti di causa che gli unici soggetti danneggiati dai rumori molesti causati dagli odierni ricorrenti sono stati i cinque condomini occupanti la palazzina e che detti rumori sono rimasti circoscritti all’interno di detto stabile senza essersi mai propagati all’esterno. Va pertanto ritenuto che i fatti denunciati siano privi di rilevanza penale e tali da poter trovare tutela solo in sede civile con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata».